In
I miei commenti (4)
Carmille e Gatti
Lo so, Steimbeck con il suo "Uomini e topi" era molto più d'effetto.
Accontentatevi.
Let's talk about....gatti.
O altri animali.
Le Vostre Dolci Metà che raramente russano (ma hanno alitosi da paura), che difficilmente tradiscono (ma non mettete loro davanti un piatto di salmone fresco) e che, personalmente, vorrei simili alla Rex.
ETERNI.
Ora....gatti passati, presenti e futuri della Carmilla.
-
-----
Il primo animale che ricordo di aver posseduto (o era il contrario?) è stato proprio una gattina dall'apparente età di un mese e mezzo, entrata chissà come nel giardino della nostra villetta.
Magra, magrissima, con una zampa già nel Paradiso dei Gatti, ma aveva una voce molto forte.
La raccolsi e la portai a casa.
La mia famiglia tentò di dissuadermi.
Pensavano che sarebbe morta di sicuro e temevano la mia reazione: ero, a quei tempi, una bambina molto emotiva. Quando capirono che non sarebbero riusciti a dissuadermi, si impegnarono tutti a curare la gattina.
Le davamo quindici gocce di non so cosa ogni ora (anche di notte) con una pompetta da collirio.
A me il turno di notte era vietato, ma di giorno vivevo praticamente con la gatta in braccio.
Era una gattina valorosa: lottò con noi per la propria vita, e sopravvisse.
Divenne una solida, gioviale gattona dal tradizionale nome di Pussi, con una mascherina nera sul muso bianco, moderatamente affettuosa con gli altri membri della famiglia, amorosissima con me, e indipendente al massimo.
Quando era in calore veniva a rotolarsi ai miei piedi emettendo voci altamente erotiche e chiedendomi prestazioni che onestamente non potevo darle.
"Ma dalle una pedata!" gridava mia zia Adriana scandalizzata, " Cosa crede di essere quella gatta lì."
Difficile dirlo.
L'unica cosa certa era che, dopo la sua "offerta", scappava in cerca di avventure: il che comportava schiere di gattini da rifilare agli amici dopo estenuanti opere di persuasione e lusinghe.
La Pussi, crescendo, non perse mai le sue tendenze libertine.
Ma dopo i bagordi, veniva sempre a dormire in fondo al mio letto: un cuscino caldo, peloso, ronfante, contro i miei piedi.
Quando la Pussi morì, a dodici anni, io sapevo ormai cos'era la morte.
Non fu un trauma: fu un altro dolore, in tempi in cui il dolore era di casa.
--------------------------
Il mio gatto dell'adolescenza fu Cocciolone.
Era un bis-bis-bis-bis nipote della Pussi, ritonato in casa grazie alle manovre di amici di famiglia estremamente sadici.
Era un gatto bellissimo, tigrato, con il più sconcertante paio di occhi viola che abbia mai visto, dal taglio quasi orientale.
Peccato che fosse sicuramente un gatto-down (nel senso della Sindrome di Down).
Non ci diede mai troppa confidenza.
Stava a guardarmi a lungo, accucciato sul davanzale, mentre facevo i compiti; quando gli davo da mangiare mi ringraziava con un piccolo verso speciale.
Talvolta si strusciava leggero contro le mie caviglie; ma se tendevo la mano per carezzarlo, si sottraeva con un breve gnaolio, non si capiva se di protesta o di scusa. Non c'era spesso: era nato, nonostante il suo ritardo, gatto guerriero e passò i cinque anni della sua vita a fare a botte con tutti i gatti del vicinato, vuoi per questioni d'amore , vuoi per questioni di territorio.
Morì in seguito all'ultimo combattimento: non con un gatto, e neanche con un cane, a giudicare dalle ferite, ma con un uomo armato di bastone.
Riuscì a trascinarsi fino a casa, si strusciò ai piedi di mia madre con dei piccoli versi ansimanti, come se volesse dire qualcosa; e poi morì, inzuppato di lacrime.
Credo che fu l'ultima volta che vidi piangere mia madre così tanto.
"Vuoi un altro gatto?" mi chiese molto tempo dopo.
Scossi la testa, accigliata.
Non volevo altri gatti. Volevo lui e solo lui.
Ma ero una gattara nata, come del resto siamo tutti in casa, e in seguitò amai tutti i gatti che capitarono, e furono molti.
---------
In un batter d'occhio ci ritrovammo pieni di gatti. Tutti i randagi del quartiere trovavano ospitalità nel nostro giardino.
Parecchi diventarono membri della famiglia.
Altri furono meteore.
La Vecchia (con la V maiuscola) molto piacente, molto spiritosa, con un'aria da angelgattina e una voce da osteria, e aveva alcune straordinarie capacità, tra cui quella di aprire i rubinetti con la zampa ( e di non richiuderli, con risultati per lei molto divertenti) e quella di ballare il flamenco.
La Zia assicurava che era un flamenco.
A quanto mi risultava la Zia era un'esperta di Nilla Pizzi e Gino Latilla ma NON di danze.
Alle mie obiezioni rispondeva: "Sono una persona dai vari interessi" con una faccia seria. Poi alzava le mani sopra la testa, faceva due passi da orso ubriaco e diceva "olè".
Se quello era un flamenco, lo ballava molto meglio la Vecchia.
Altro membro della famiglia era Pilù, che aveva due precipue specialità.
Una era quella di lavarsi con l'acqua dei rubinetti, come una persona, bagnandosi a più riprese la zampetta e con questa massaggiandosi attentamente in ogni parte del corpo.
Quando poi pioveva, andava subito in giardino e si comportava come un uomo sotto la doccia.
Una volta corsi fuori a portargli una saponetta.
Lui non la gradì.
L'altra sua specialità era la caccia.
Una volta vidi mia madre entrare in cucina con tono polemico: "Cosa sarebbe quel topo morto nella mia stanza?"
Era un topo.
Morto.
Pilù gli girava intorno, dandosi delle arie, evidentemente in attesa di lodi.
Gliele facemmo.
Poi buttammo il topo.
Non fu un'operazione estremamente piacevole, prima di colazione.
Ma, una volta che il veterinario ci disse che era il suo modo per dimostrare l'affetto a mia madre (da lui considerata il capo-branco o simile), lei accettò senza proteste ogni topo, biscia, lucertola, uccello o altro animale.
Solo se le trovavamo in bocca a Pilù ancora vivi erano battaglie selvagge.
Pilù si ritirava nel cesto, le spalle voltate, un fumetto chiaramente visibile sopra la testa: "Va a far piaceri alla gente".
Io lo carezzavo e gli facevo gravi discorsi circa l'iniquità della sopraffazione dell'animale sull'animale, lui sbatteva lentamente le palpebre, non si capiva per apprezzamento o sonno, poi di colpo si metteva a ronfare o rotolarsi sull'erba.
Era un gatto molto simpatico.
Assassino ma simpatico.
Kalì aveva la maschera di Zorro sul muso, ed amava mia madre di un amore esclusivo e sconcertante.
La giuria di casa era divisa sulla sua intelligenza. Io e mia madre sostenevamo che era un gatto geniale.
A riprova di ciò, una volta citai il fatto che, quando mi dimenticavo di mettere l'acqua nella ciotola, Kalì si piaccaza davanti al lavandino e osservava il rubinetto. Mia zia Adriana (sempre lei) alzò le sopracciglia e disse:
" Dai Carmilla, lo faresti anche tu!"
La frase è passata nel lessico familiare per indicare cose da imbecilli.
Tzè.
E ce ne sarebbero ancora moltissimi da citare: Pecorella e Bianchina, Qui Quo e Qua, Felix, Giovanna e Pluto, Pepè le Mokò ed altri ancora....
Hanno tutti un posto speciale nel mio cuore.
Perchè non possono essere SOLO animali se quando ti sentono ridere si abbandonano a manifestazioni di giubilo e quando sei triste, ti appoggiano il muso sulle ginocchia e ronfano.
Queste cose non si dicono, per pudore.
Figurarsi scriverle.
Sapete una cosa?
Chissenefrega.
Mozzichi gatteschi
Carmilla
In
I miei commenti
Carmille e Gatti
Lo so, Steimbeck con il suo "Uomini e topi" era molto più d'effetto.
Accontentatevi.
Let's talk about....gatti.
O altri animali.
Le Vostre Dolci Metà che raramente russano (ma hanno alitosi da paura), che difficilmente tradiscono (ma non mettete loro davanti un piatto di salmone fresco) e che, personalmente, vorrei simili alla Rex.
ETERNI.
Ora..gatti passati, presenti e futuri.
Il primo animale che ricordo di aver posseduto (o era il contrario?) è stato proprio una gattina dall'apparente età di un mese e mezzo, entrata chissà come nel giardino della nostra villetta.
Magra, magrissima, con una zampa già nel Paradiso dei Gatti, ma aveva una voce molto forte.
La raccolsi e la portai a casa.
La mia famiglia tentò di dissuadermi.
Pensavano che sarebbe morta di sicuro e temevano la mia reazione: ero, a quei tempi, una bambina molto emotiva. Quando capirono che non sarebbero riusciti a dissuadermi, si impegnarono tutti a curare la gattina.
Le davamo quindici gocce di non so cosa ogni ora (anche di notte) con una pompetta da collirio.
A me il turno di notte era vietato, ma di giorno vivevo praticamente con la gatta in braccio.
Era una gattina valorosa: lottò con noi per la propria vita, e sopravvisse.
Divenne una solida, gioviale gattona dal tradizionale nome di Pussi, con una mascherina nera sul muso bianco, moderatamente affettuosa con gli altri membri della famiglia, amorosissima con me, e indipendente al massimo.
Quando era in calore veniva a rotolarsi ai miei piedi emettendo voci altamente erotiche e chiedendomi prestazioni che onestamente non potevo darle.
"Ma dalle una pedata!" gridava mia zia Adriana scandalizzata, " Cosa crede di essere quella gatta lì."
Difficile dirlo.
L'unica cosa certa era che, dopo la sua "offerta", scappava in cerca di avventure: il che comportava schiere di gattini da rifilare agli amici dopo estenuanti opere di persuasione e lusinghe.
La Pussi, crescendo, non perse mai le sue tendenze libertine.
Ma dopo i bagordi, veniva sempre a dormire in fondo al mio letto: un cuscino caldo, peloso, ronfante, contro i miei piedi.
Quando la Pussi morì, a dodici anni, io sapevo ormai cos'era la morte.
Non fu un trauma: fu un altro dolore, in tempi in cui il dolore era di casa.
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Il mio gatto dell'adolescenza fu Cocciolone.
Era un bis-bis-bis-bis nipote della Pussi, ritonato in casa grazie alle manovre di amici di famiglia estremamente sadici.
Era un gatto bellissimo, tigrato, con il più sconcertante paio di occhi viola che abbia mai visto, dal taglio quasi orientale.
Peccato che fosse sicuramente un gatto-down (nel senso della Sindrome di Down).
Non ci diede mai troppa confidenza.
Stava a guardarmi a lungo, accucciato sul davanzale, mentre facevo i compiti; quando gli davo da mangiare mi ringraziava con un piccolo verso speciale.
Talvolta si strusciava leggero contro le mie caviglie; ma se tendevo la mano per carezzarlo, si sottraeva con un breve gnaolio, non si capiva se di protesta o di scusa. Non c'era spesso: era nato, nonostante il suo ritardo, gatto guerriero e passò i cinque anni della sua vita a fare a botte con tutti i gatti del vicinato, vuoi per questioni d'amore , vuoi per questioni di territorio.
Morì in seguito all'ultimo combattimento: non con un gatto, e neanche con un cane, a giudicare dalle ferite, ma con un uomo armato di bastone.
Riuscì a trascinarsi fino a casa, si strusciò ai piedi di mia madre con dei piccoli versi ansimanti, come se volesse dire qualcosa; e poi morì, inzuppato di lacrime.
Credo che fu l'ultima volta che vidi piangere mia madre così tanto.
"Vuoi un altro gatto?" mi chiese molto tempo dopo.
Scossi la testa, accigliata.
Non volevo altri gatti. Volevo lui e solo lui.
Ma ero una gattara nata, come del resto siamo tutti in casa, e in seguitò amai tutti i gatti che capitarono, e furono molti.
---------
In un batter d'occhio ci ritrovammo pieni di gatti. Tutti i randagi del quartiere trovavano ospitalità nel nostro giardino.
Parecchi diventarono membri della famiglia.
Altri furono meteore.
La Vecchia (con la V maiuscola) molto piacente, molto spiritosa, con un'aria da angelgattina e una voce da osteria, e aveva alcune straordinarie capacità, tra cui quella di aprire i rubinetti con la zampa ( e di non richiuderli, con risultati per lei molto divertenti) e quella di ballare il flamenco.
La Zia assicurava che era un flamenco.
A quanto mi risultava la Zia era un'esperta di Nilla Pizzi e Gino Latilla ma NON di danze.
Alle mie obiezioni rispondeva: "Sono una persona dai vari interessi" con una faccia seria. Poi alzava le mani sopra la testa, faceva due passi da orso ubriaco e diceva "olè".
Se quello era un flamenco, lo ballava molto meglio la Vecchia.
Altro membro della famiglia era Pilù, che aveva due precipue specialità.
Una era quella di lavarsi con l'acqua dei rubinetti, come una persona, bagnandosi a più riprese la zampetta e con questa massaggiandosi attentamente in ogni parte del corpo.
Quando poi pioveva, andava subito in giardino e si comportava come un uomo sotto la doccia.
Una volta corsi fuori a portargli una saponetta.
Lui non la gradì.
L'altra sua specialità era la caccia.
Una volta vidi mia madre entrare in cucina con tono polemico: "Cosa sarebbe quel topo morto nella mia stanza?"
Era un topo.
Morto.
Pilù gli girava intorno, dandosi delle arie, evidentemente in attesa di lodi.
Gliele facemmo.
Poi buttammo il topo.
Non fu un'operazione estremamente piacevole, prima di colazione.
Ma, una volta che il veterinario ci disse che era il suo modo per dimostrare l'affetto a mia madre (da lui considerata il capo-branco o simile), lei accettò senza proteste ogni topo, biscia, lucertola, uccello o altro animale.
Solo se le trovavamo in bocca a Pilù ancora vivi erano battaglie selvagge.
Pilù si ritirava nel cesto, le spalle voltate, un fumetto chiaramente visibile sopra la testa: "Va a far piaceri alla gente".
Io lo carezzavo e gli facevo gravi discorsi circa l'iniquità della sopraffazione dell'animale sull'animale, lui sbatteva lentamente le palpebre, non si capiva per apprezzamento o sonno, poi di colpo si metteva a ronfare o rotolarsi sull'erba.
Era un gatto molto simpatico.
Assassino ma simpatico.
Kalì aveva la maschera di Zorro sul muso, ed amava mia madre di un amore esclusivo e sconcertante.
La giuria di casa era divisa sulla sua intelligenza. Io e mia madre sostenevamo che era un gatto geniale.
A riprova di ciò, una volta citai il fatto che, quando mi dimenticavo di mettere l'acqua nella ciotola, Kalì si piaccaza davanti al lavandino e osservava il rubinetto. Mia zia Adriana (sempre lei) alzò le sopracciglia e disse:
" Dai Carmilla, lo faresti anche tu!"
La frase è passata nel lessico familiare per indicare cose da imbecilli.
Tzè.
E ce ne sarebbero ancora moltissimi da citare: Pecorella e Bianchina, Qui Quo e Qua, Felix, Giovanna e Pluto, Pepè le Mokò ed altri ancora....
Hanno tutti un posto speciale nel mio cuore.
Perchè non possono essere SOLO animali se quando ti sentono ridere si abbandonano a manifestazioni di giubilo e quando sei triste, ti appoggiano il muso sulle ginocchia e ronfano.
Queste cose non si dicono, per pudore.
Figurarsi scriverle.
Sapete una cosa?
Chissenefrega.
Mozzichi gatteschi
Carmilla
In
I miei commenti (3)
Per tirarci un pò su!
...che ne abbiamo TANTO bisogno.
Riprendo da un post di Michele su Buffymaniac:
Ecco la popstar più in auge del momento in Svezia: Basshunter
Ed ecco a voi il video del suo primo hit: Boten Anna.
http://youtube.com/watch?v=BIJZB5Bxcto
E' la versione con sottotitoli inglesi, quindi prestate attenzione al testo!
La canzone parla dell'amore (corrisposto?) per Anna, una tipa troppo giusta che è Bot in un canale irc. E può bannare, kickare... tiene pulito il nostro canale, è nemica giurata di tutti gli spammer!
Cosa dire di questo video? Cosa dire di questo testo? Cosa dire dei suoi balletti? Cosa dire del fatto che questo tamarro canta al bodyguard della discoteca "E ricorda che conosco un bot!"?
AAAHHHHHHAAAAAAAA!!!!!
Ma la Vostra Carmilla rintuzza questa esterofilia con una vecchia gloria nazionale:
Valentina (famoso transex di Napoli) che ha deciso di mettere la sua arte canora a servizio di tutti gli anglofoni.
Ecco il link (per gentile concessione della Nostra Rise 77) della English Version di OKKEI! il suo grande hit.
http://www.youtube.com/watch?v=1Uk55E7x320
Aahahahahahaha!!!!!!!
Ma le parrucche?
E l'espressione?
E il testo!!!!!????
Ma Signore e Signori voi DOVETE assolutamente trovare la versione italiana di questo capolavoro.
Finchè non l'avrete sentita non potrete dire di aver visto e sentito tutto.
Mozzichi isterici
La Vostra "Okkei" Carmilla